Mr. Smith e Mrs. Bridge

Mr. Smith era un collezionista d’arte. Cioè, Mr. Smith non si chiamava davvero Mr. Smith. E in realtà non era un grande esperto d’arte. Si chiamava Luciano Costa ed era della provincia di Torino. Aveva fatto la terza media, poi i geometri e si era fermato al secondo anno. Aveva iniziato a fare l’imbianchino con suo zio. A vent’anni aveva messo da parte un po’ di soldi e si era comprato una Fiat Punto. Blu scuro. A ventidue anni prese l’attività dello zio, che era morto. Si innamorò di tale Grazia Tibaldi e dopo una timida frequentazione e qualche copula fugace, le chiese di sposarlo. Lei gli rise in faccia. Luciano Costa ci stette male per qualche settimana, poi la dimenticò e si concentrò sul suo lavoro.
Luciano Costa diventò Mr. Smith il 15 ottobre del 2010 alle ore 23.37. Faceva freschino, indossava un bomber nero. All’epoca aveva ventinove anni e ancora i capelli rasati a zero e l’orecchino. Non aveva ancora perso quei dieci chili di troppo e nemmeno l’accento marcato piemontese.
Al lettore gioverà sapere che proprio quel giorno si era finalmente deciso ad andare a vivere da solo. Aveva litigato con la madre per questo. Era una madre protettiva. Asfissiante. Una volta Luciano Costa, quando aveva solo sette anni e veniva chiamato ancora Lucianino, si era perso al supermercato e per la paura si era nascosto dentro un magazzino. Ci vollero cinque ore per trovarlo. Da allora la madre non lo lasciò più un istante.
Ma quel 15 ottobre del 2010, precisamente alle ore 19.03, Luciano Costa aveva annunciato che sarebbe andato a vivere da solo. Non era più Lucianino, lui. Così, dopo il proclama e i litigi, se ne era uscito a schiarirsi le idee. Ed era notte ed era buio e i palazzoni residenziali gli sembravano tante mamme cattive che volevano tenerlo intrappolato in quell’angolo di mondo.

Mrs Bridge era una pittrice. Cioè, Mrs Bridge non si chiamava davvero Mrs. Bridge. E in realtà non era una vera pittrice, diciamo che le piaceva passare per artista. Si chiamava Federica Galan ed era immigrata nella provincia di Torino dalla provincia Veneta all’età di tredici anni. Non perdonò mai i suoi genitori per il trasloco forzato, e la sua adolescenza fu costellata di litigate, fughe, amici tossici e parecchio alcol. E nel tempo che le rimaneva dipingeva.
Finito il liceo si iscrisse all’Accademia di Belle Arti ma si fermò all’ultimo esame. Diceva che il suo percorso era concluso così, non aveva bisogno di renderlo ufficiale con la Laurea. Nel frattempo andò a vivere in un centro sociale, in una Comune nelle montagne liguri, e in parecchi appartamenti a Torino condivisi con svariate persone.
In uno di questi appartamenti nacque, si svolse e morì la storia d’amore più importante della sua vita. Lui si chiamava E., riparava ascensori e scriveva poesie. Fu amore, gioia e passione. Ma solo fino a quando lui non andò in Svizzera per lavoro e non tornò più. Federica ci stette male per qualche settimana, poi lo dimenticò e si concentrò sui mille lavori part-time che la mantenevano e su ciò che la rendeva felice. Dipingere. Dipingeva su qualunque cosa le capitava a tiro e con qualunque cosa potesse lasciare una macchia, un segno, un colore. Era quasi convinta di essere brava, ma non era ancora mai riuscita a farsi commissionare un lavoro né a vendere una propria opera. All’età di trent’anni cominciava a pensare che forse non era la sua strada.
Al lettore gioverà sapere che Federica Galan diventò Mrs. Bridge il 15 ottobre del 2010 alle ore 23. 37, e solo qualche ora prima uscì di casa, inforcò la bicicletta verde, che fu di sua nonna, e si avviò verso la periferia di Torino. Aveva un incontro importante.

Luciano Costa una volta aveva avuto una relazione omosessuale. Cioè, non era una relazione omosessuale. Da quando divenne Mr. Smith, però, la spacciò come tale. A dodici anni, in gita all’acquapark Cupole Lido di Cavallermaggiore, lui e un ragazzino della sua età, tale L., si erano toccati nello spogliatoio. Ognuno si era toccato il suo, sia chiaro. Ma guardavano lo stesso giornale porno, contemporaneamente, e la cosa sapeva di malato.
Lucianino alle elementari disegnava malissimo. Ma proprio male male. Soprattutto odiava colorare, l’unica cosa che gli piaceva era la porporina. Gli dava proprio fastidio dover disegnare gli alberi, c’erano le foto. E pure disegnare cose che altri avevano già disegnato sul libro e meglio di lui. Che senso aveva?! Allora riempiva fogli interi di porporina. E prendeva Insufficiente.
Il 15 ottobre 2010 intorno alle nove – capiva che erano le nove perché dalle finestre dei palazzoni sentiva la sigla finale di “Un posto al sole” – gli successe una cosa strana. Una ragazza, china sulla sua bicicletta, bestemmiava a mezza voce. La gomma era a terra. Le ragazze che bestemmiano non piacevano a Luciano Costa. Neanche quelle un po’ alternative come quella. Però vabbè, si fermò. Era gentile, lui.
Lo so, lettore, tu ti aspetti che loro si conoscano, si innamorino, si sposino, vadano a vivere insieme e muoiano l’uno nelle braccia dell’altro, da vecchi, sorridendo, ascoltando la sigla, ormai retrò, di una vecchia telenovela italiana degli anni novanta-duemila, “Un posto al sole”.
E, lettore, una volta tanto hai ragione.

Anzi, se proprio sei così bravo e capisci già i finali e vuoi rovinare il lavoro a noi povere voci narranti, trovala tu una svolta narrativa. Voglio proprio vedere se ne esci fuori. Toh. Che arroganza. E pensare che ti avrei stupito, lettore. Forza, dimmi tu come va a finire.

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La bizzarra storia di uno che inventava storie bizzarre

– Sono un mostro mitopoietico. Non riesco a guardarmi intorno senza squadrettare lo spazio, isolare gli assi su cui è costruito, individuarne le regole e assolutizzarle. Riconoscere gli elementi anomali. Archetipizzarli. Eleggerli Dei di un personale, malato pantheon da una notte e via. Imbucarmi alle feste, guardare le ragazze in gruppetti di cinque o sei, scrivere agiografie di neolaureati in scienze-di-qualcosa. Conoscere le ex di eroi omerici decaduti. Bere liquori fino a raggiungere il tasso di 0,4999999999999999999999999999999 grammi su litro.
E andare a dormire con la consapevolezza che questo puzzolente universo è solo qui dentro, nella mia testa. Però esiste, non è un’illusione, è il mio modo di frammentare e ricostruire l’esperienza sensibile e ognuno ha il suo.

– Hai finito?
– ..come?
– No, dico. Hai finito di cazzeggiare?
– Perché? Non ti seguo..
– Cristo, ogni volta la stessa storia. Io non ti capisco. Passiamo una bella serata, vino, musica giusta, ci mettiamo comodi, ci spogliamo, e via. Parti con i tuoi discorsi.
– Bhe, si hai ragione! Forse sono talmente mitopoietico che mitopoietizzo me stesso e questa mia capacità. Sai, bisogna..
– Smettila!! Ti pare il momento?
– Bé ok, però ascolta, usciamo un po’ dal seminato, ma tecnicamente non esiste un vero momento per….
– ‘affanculo!

Il ragazzo a due teste rimaneva lì. Fermo immobile. Sotto di lui una ragazza a tre gambe. Nudi. Il due-teste teneva nella mano destra il proprio membro mentre, con l’altra, si appoggiava al letto per non caderle sopra. Altri due minuti e quel braccio avrebbe cominciato a far male e a chiedere un cambio di posizione.
Lei posò i suoi occhi prima sulla testa di destra, poi su quelli di sinistra. Un sorriso.
Lui sempre immobile. Assorto.
I due occhi con le loro gambette ora camminavano spediti dal collo al petto, si destreggiavano sinuosi tra quella folta peluria e scendevano giù verso l’ombelico. La poca luce della stanza non permetteva una grande visibilità, ma quando finalmente incontrarono la mano destra del due-teste, e il suo contenuto, tre-gambe scoppiò a ridere.

– Ecco, hai visto?? hai rovinato tutto. Abbiamo fatto cilecca! Non ti sopporto.
– Ehm.. si, in realtà non abbiamo nemmeno cominciato, quindi non si può dire che abbiamo fatto cilecca.
– Merda!! Finiscila!
– Ok ok, scusa… hai ragione. Mh..cosa facciamo ora? Le diciamo qualcosa?
– Uff… fammici pensare.

Forse entrò qualcuno nella stanza, ma era buio e i quattro occhi di lui più i due occhi di lei non videro bene chi fosse. Forse era un alieno. Un Grigio. I Grigi non sono cattivi. Ci rapiscono solo per capirci meglio.

– Chi sei?
– Sono il fantasma di Benito Mussolini.
– Ah.
– Ah?
– Ah!
– Ecco, così si reagisce alla vista di un fantasma, per dio. Ma ditemi, giovani: perché parlate assieme?
– Siamo un tutt’uno, signor fantasma di Benito Mussolini. O meglio, avremmo potuto esserlo. Poi le cose non sempre vanno come devono andare. Però diciamo che può considerarci un unico personaggio, adesso.
– Con tutte quelle teste e gambe faccio fatica, ma tant’è…
– Senta, signor fantasma di Benito Mussolini. Devo (ora parlo al singolare, magari le è più facile interfacciarsi) confessarle che la odio. Qui la odiano più o meno tutti.
– Lo so, lo so. Risparmiami questo discorso. Ora però sono un fantasma. Non prendertela con me, prenditela con quello che ero.
– Ah.
– Ah?
– Ah! Scusi, dimenticavo. Ma allora come dovrei considerarla? Come una specie di Mastro Lindo in uniforme anni ’20?
– Bé, mi sembra già qualcosa.

I due/tre si guardarono un po’. C’erano decisamente troppe gambe, troppe teste. Era strano parlare così con un fantasma. Loro due che ormai erano uno ma non proprio uno erano ancora sul letto ignudi e sudaticci. L’ex duce galleggiava a mezz’aria. Tre-gambe sbadigliava, avrebbe preferito l’azione, ma l’azione quella sera non era venuta; Due-teste aveva un po’ paura perché sapeva che il signor fantasma di Benito Mussolini non era un tipo di cui ci si potesse fidare. Era proprio un personaggio da romanzo, quel fantasma. Un vecchio duce che più di sessant’anni dopo la sua caduta tornava più saggio e divertente.

SLAM! La porta di ingresso esplose. FLASH! – Sono Dick Tracy! Siete tutti in arresto! –
La luce che entrò accecò tutti. Sulla soglia una silhouette con trench e cappello. In tutta fretta una ventina di poliziotti sbucarono dalla schiena del trench ed entrarono nella stanza circondando gambe teste e fantasmi.

– …Chi cazzo sei??
– Dick Tracy, no?
– Eh…
– Eh?
– Eh! E’ questa la reazione? Tze, è da una vita che sogno di dirlo e questo mi chiede chi cazzo sono… pff…

La figura sulla soglia della porta si piegò in avanti, fino a mettersi a quattro zampe. Solo ora, sulla schiena, fu possibile vedere una figura che letteralmente cavalcava Dick Tracy. Era M.
E mentre gli spettatori rimanevano fermi attoniti, lui allungò uno zuccherino al suo destriero.

-Vaaa beh. Sono M. Mai che mi riesca a divertire. Non siete in arresto e questi non sono poliziotti. Ma tant’è, ora ve le daranno di santa ragione.

I finti-poliziotti si avvicinarono ai tre pronti a menar le mani.

– A-Aspetta! Fermo, cos’è ‘sta storia?
– Sono giorni, settimane, mesi che rompete le palle. Ho cercato di avvertirvi, voi niente. Questa è la storia. Ora sono qui e risolvo il problema a modo mio.

I finti-poliziotti avevano ormai i pugni carichi.

– Ma cosa cazzo stai dicendo?! Ti voglio solo far notare che stai parlando con il duce. Tè, mi metto di tre-quarti, così, con i pugni sui fianchi. Eh? Non ti conviene fare il furbo con me.
– Ahahahah. Si certo, come se non conoscessi la tua storia.
– Cosa intendi dire?
– Lascia perdere và. Va be, anche se sei colpevole sarebbe inutile menarti. Sei un fantasma. E anche la donna, lasciamo stare. Tanto ormai avete rovinato tutta la scenetta.
– Me la prenderò con lui, il due-teste.
– Io? E che ho fatto io?
– Beh, già solo che mi parli con il pisello in mano, sarebbe un buon motivo per spaccarti la faccia. Il vero problema è la tua testa. Non so quale delle due. Bhe, sta creando casini. Si sta trasformando in un uno di quei mostri inventastorie moderne. In un mitopoietico.
– E quindi? Chi sei? Un conservatore dei miti tradizionali? Un inquisitore?
– Bah, più o meno. Però hai smesso di crearmi problemi. BANG.

Manco il tempo di confessare i malvagi piani, come si vuole in queste scene. Nemmeno il tempo di mostrare la pistola al condannato. Niente. Tu hai smesso di crearmi problemi. BANG.
Due teste ora era una testa e mezza. L’altra metà aveva tinteggiato la camera.
M., cavallo e scagnozzi se ne andarono così come erano arrivati. Benito e Tre-gambe rimasero soli a guardare Testa-e-mezzo stecchito a terra.

– Uh. Bene donna. Credo che la festa sia finita, mi dispiace per il casino. Forse è il caso che io vada.
– Già. Mmm. Senti, tutto questo movimento mi ha scaldato. Perché non vieni un po’ qua? O è un problema per voi fantasmi?
– Ah. Devo ricordare anche a te che io sono il duce?
– E allora vieni qua, e fammi vedere se raccontano giusto sul tuo conto.

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Sushi Bisogni Negroni

È da tempo che cerco una ragazza da portare a mangiare del sushi, ma non è così facile. Uno pensa: bè, col sushi fai colpo, è sofisticato, buono, eccentrico. Ma sono poche, cazzo, le ragazze che apprezzano. A volte penso che potrei uscire con una Otaku, lei sì che apprezzerebbe, ma no, poi mi dico che non può funzionare, non uscirei mai con una più nerd di me. È una questione di onore, di dignità, di appagamento del mio ego. Io devo essere quello che sta sopra o sotto in un rapporto, non quello che sta di lato o alla pari.
Poi mi convinco che non è la ricerca di una ragazza e/o compagna e/o persona con cui fare del sesso, la soluzione ad una serie di bisogni (ai quali la mia persona non sembra poter fare a meno). Mi convinco. Quello è il momento in cui compare il vuoto.
Mi riattivo. Riconsidero il problema. Problema: soddisfare una serie indefinita di bisogni maledettamente diversi tra di loro, ma non per questo lontani. Inutile analizzarli tutti, causerebbe un altro black-out, quindi accorparli in macrocategorie: Bisogno di contatto fisico. Bisogno di contatto intellettuale.
Il primo è obbligatorio per riproporre il proprio corpo nello spazio, è istintivo.
Il secondo è un bisogno di tipo B: può essere presente, presente in parte o essere del tutto assente, e in questo caso la persona non ha grandi capacità celebrali. Si può dire che questo tipo di bisogno è fortemente legato al grado di ignoranza della persona analizzata, ma non strettamente legato alla felicità della stessa (una vecchia storia). I sintomi possono essere nausea, difficoltà nell’integrazione sociale, disorientamento e mal di testa.
Entrambi causano dipendenza.
E la Soluzione quindi? Tralasciando rimedi posticci, tralasciando comportamenti di minore intensità emotiva e fisica come la masturbazione, tralasciando relazioni sbilanciate, tralasciando l’ipotesi di inglobare anche il sesso maschile nella ricerca per avere statisticamente più probabilità…
Black-out.
Ho capito. Ricomincio la ricerca.
Da Giancarlo ai Murazzi. Non è prevedibile la fauna. Dipende dalla sera. Dipende dal tempo. Dal grado alcolico. Dalle amiche delle amiche. Dalla nefasta probabilità di trovare ex. Dalle pierre.
Un negroni. Due negroni. Tre negroni.
Le strategie evolutive hanno affinato certe peculiarità, ne hanno soppresse altre. Parlare, no. Ballare, si (io faccio schifo nella seconda, funziono nella prima. E ti pareva). E così ci si ritrova a traslare la propria capacità affabulatoria e intellettuale dal codice linguistico ad altri codici semantici, con una maglietta cazzuta o una posa elegante o uno sguardo sprezzante o il modo di sedersi o il cinismo evidente o sapere tutte le canzoni o la discrezione nel provarci.
E un giorno magari riuscirò a imporre la mia linea evolutiva, sì.
Ma alla fine è tutta una cosa che va e viene, perché noi ci facciamo viaggi e progetti, le tipe no. Perché partono da un indubbio vantaggio: a noi maschietti bastano le tette.
Piacciono anche a me, si, ma se volete conquistarmi, venitemi vicino quando sono seduto a bere l’ultimo negroni sulle sedie di plastica fuori da Giancarlo, ditemi qualcosa tipo “sento che dietro questo tuo comportamento ostentato e affettato si cela un giovane intellettuale che si sente a disagio in ambienti come questo; secondo me hai sensibilità ma anche fermezza, sai sostenere lunghi discorsi, ma sai anche farci in quelle cose lì, e sei anche conscio che per fare bene quelle cose lì serva intesa mentale ed emotiva. Perché non ci andiamo a fare un giro verso il monte dei cappuccini, così mi racconti la storia degli ordini religiosi e monastici? Dopo io potrei illuminarti sul romanzo postmoderno o la poesia di inizio novecento, oppure potremmo intavolare un discorso sull’influsso di Brecht nella musica contemporanea, o sull’eterna sfida fra Fellini e Antonioni. Poi quando arriviamo in cima pomiciamo un po’, ma solo allora, quando, dopo aver preso atto della mia preparazione umanistica, sarai tutto un fremito e vorrai mettermi la lingua in bocca”.

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